La Nuova Del Sud

Dom08192018

Ultimo aggiornamentoSab, 18 Ago 2018 8am

Font Size

Profile

Menu Style

Cpanel
Back Sei qui: Home Primo piano Primo piano news Cronaca L'ex dirigente di Cardiochirurgia, Caparrotti, esclude il ritorno al San Carlo e svela fatti preoccupanti legati all'attività nel reparto

L'ex dirigente di Cardiochirurgia, Caparrotti, esclude il ritorno al San Carlo e svela fatti preoccupanti legati all'attività nel reparto

POTENZA – Da anni ormai opera in Puglia, ma il suo legame con la Basilicata è rimasto intatto. Il dottor Sergio Caparrotti, cardiochirurgo attualmente responsabile dell’Unità Operativa di Cardichirurgia dell’Anthea Hospital di Bari e consulente della cardiochirurgia della clinica Monte Vergine (Gruppo Villa Maria) ha ricoperto un ruolo di primo piano al San Carlo di Potenza.

“Non ho mai lasciato la Basilicata anche perché sono coniugato qui e vivo a Potenza. Dal 1979 ad oggi sono sempre di casa in questa regione”. Erano gli anni passati poi alla storia come quelli dell’era Tesler e il futuro specialista muoveva i primi passi da assistente nel reparto di Cardiochirurgia. Venticinque anni dopo, nel 2005, gli pervenne una proposta alla quale non seppe rinunciare: partecipare al concorso per il primariato e la direzione del Dipartimento dell’alta specialità del Cuore dell’azienda ospedaliera lucana, Caparrotti assunse quella carica dal 2005 al 2008. “Erano anni piuttosto difficili - spiega a Caffé di Traverso - io ero responsabile del servizio di Cardiochirurgia che afferiva alla cardiologia dell’ospedale di San Giovanni Rotondo. Accettai di buon grado il rientro in questa realtà, alla quale ero rimasto molto affezionato. Ebbene, già dal primo anno raddoppiammo il numero degli interventi. Organizzammo in quel periodo numerosi appuntamenti scientifici di altissimo livello, tant’è vero che i nostri ospiti erano quasi sempre esperti stranieri, talvolta di provenienza addirittura d’oltreoceano”. Intervistato da Mariolina Notargiacomo, il chirurgo potentino d’adozione ripercorre quegli anni, soffermandosi anche sul periodo più buio che abbia mai vissuto il reparto di Cardiochirurgia.

Michele Cannizzaro, all’epoca direttore del San Carlo, ripose in lei grandi speranze. Come mai quest’esperienza si è interrotta dopo pochi anni?

Caratterialmente sono una persona che si mette spesso in discussione e al quale piacciono le sfide. Nel senso che ho mai indietreggiato difronte situazioni che potevano sembrare critiche, riuscendo ad ottenere risultati dal nulla. Penso proprio alle importanti esperienze che mi hanno visto protagonista a San Giovanni Rotondo come all’Anthea Hospital di Bari. Ritengo che la medicina, come la cardiochirurgia, non può essere confinata in spazi limitati. E che un bravo professionista può operare e bene ovunque.

Eppure i centri ospedalieri del Nord del Paese continuano ad assorbire il 50% della migrazione sanitaria. Come mai secondo lei?
E’ un gap importante. Purtroppo non so quanto possa dipendere da un’azione pubblicitaria specifica. Ad esempio, non riesco a comprendere come un noto specialista dell’ospedale San Raffaele possa addirittura recarsi in Puglia o in Basilicata a fare quella che definisco scherzosamente la “spesa”. Un vero e proprio ingaggio, intendo di pazienti, che danno fiducia a questo specialista, ma che poi si ritrovano costretti a vivere in una realtà completamente avulsa da quella in cui sono presenti i propri affetti. Una situazione che, complessivamente, non è sicuramente d’aiuto all’ammalato.
E non è d’aiuto neanche alla nostra spesa sanitaria regionale...
Certo. Sono veri e propri viaggi della speranza. Prima si andava negli Stati Uniti d’America, oggi si va a Milano. Il Centro Sud, al contrario, è ben strutturato. Tra il 2012 e il 2013 abbiamo fondato il centro Cbh Villa Bianca di cui ne divenni responsabile. Agenas lo ha inserito tra i 16 centri in tutta Italia che poteva afferire ai criteri stabiliti dal decreto Balduzzi. Un decreto che all’epoca si presentava molto rigido nella valutazione della qualità dei servizi ospedalieri. In questa griglia al Sud rientravano anche la cardiochirurgia dell’ospedale di Salerno e un altro centro. Nonostante questo, la migrazione è proseguita ed è addirittura aumentata. Forse bisognerebbe far capire alle persone che è necessario fidarsi delle nostre realtà. Sarebbe auspicabile replicare il modello americano, dove si pubblicano i risultati non solo conseguiti dagli ospedali, ma anche dai singoli chirurghi.
Lei come giudica il sistema sanitario lucano, di cui ne ha fatto parte. E attualmente oggetto della riforma regionale?
La spesa sanitaria si va riducendo, però sotto il profilo organizzativo la Basilicata, che ha una sua orografia estremamente complessa, necessita di una sanità di prossimità. Io quando ricoprii il mio ruolo al San Carlo lottai molto su questo fronte. Il territorio non permette spostamenti agevoli con le ambulanze. A mio avviso bisognava estendere la presenza dei pronti soccorsi e contestualmente lavorare al rafforzamento del servizio di eliambulanza. Oggi finalmente ci sono i voli notturni, ma questo io lo proponevo 15 anni fa. I poli sono due, ma mentre il San Carlo è difficilmente raggiungibile, l’ospedale di Matera si presenta molto più fruibile, anche dalle vicine Calabria e Puglia. Ritengo, inoltre che il Madonna delle Grazie dovrebbe essere più attenzionato da questo punto di vista. Già si lavora molto bene a Matera, ma è una struttura che va potenziata. Ha ormai quasi raggiunto il livello del San Carlo.
Nel 2008 decise di lasciare il San Carlo. Da quel momento il reparto di Cardiochirurgia visse la fase peggiore, finendo agli onori della cronaca nazionale per via di una vicenda drammatica che portò all’apertura di un’inchiesta e all’avvio del relativo processo. Lei aveva avuto sentore che qualcosa non stesse andando come doveva andare in quel dipartimento?
Guardi sono stati anni molto difficili, anche per quanto attiene la mia persona. Perché quando si ha a che fare con certa magistratura diventa veramente complicato vivere il quotidiano. Il problema è che le vicende che si sono consumate e continuano a caratterizzare il clima di quel reparto, purtroppo, sono la conseguenza di una condizione di malumore che credo sia cronica. Cominciata con l’abitudine di scrivere lettere anonime, poi è su quelle che ci si basa per colpire il malcapitato, insomma. Sono aspetti veramente tristi in una realtà nella quale bisognerebbe concentrarsi esclusivamente su ben altro per dare il meglio ai pazienti. E non è sncora finita. E’ come se vi fosse una maledizione.
Perché dice questo. Come valuta quel reparto?
So che il collega Luzi è un ottimo professionista. Purtroppo non tutto dipende dal direttore, perché ci sono delle cose che esulano da quelle che sono le possibilità di gestione da parte di un primario.
Qual è l'eredità ricevuta da Luzi secondo lei?
Non una bella eredità proprio per questi motivi. Sussistono situazioni intangibili, che molto spesso determinano il malfunzionamento di un’unità, a prescindere da quello che può essere il desiderio o la bravura di chi ha il ruolo di gestione e di guida.
Nel caso dovessero proporle di ritornare a dirigere il dipartimento di Cardiochirurgia del San Carlo lei accetterebbe?
Assolutamente no. Per me è un capitolo chiuso. Ho altri programmi che sto sviluppando altrove. Intendo portare a termine alcuni programmi scientifici che ho avviato nella sanità privata. Ma continuerò ad occuparmi dei pazienti lucani, però non al San Carlo.

 

Mappa del sito

Link utili

  • Contatta la redazione
  • Per la tua pubblicità
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Modello organizzativo D.Lgs. 231/2001

Abbonamenti

Primo piano

Potenza e Provincia

Matera e Provincia