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Indotto Fca, niente più sedili per 500X e Jeep: sciopero alla Lear

POTENZA - Il rumore delle molte mani che si stropicciavano tra loro era quasi assordante nella uggiosa piana di San Nicola di Melfi. Complice l’apparire dell’alba, tra nuvole minacciose e sole timidamente ancora nascosto, il fragore degli arti che invano cercavano calore aveva un origine ben precisa.

Proveniva da uno dei tanti capannoni che si accalcano ammassati a ridosso della più grande fabbrica italiana di automobili. Arrivava da un vicolo cieco del reticolato di strade e stradine, spesso abbandonate a se stesse e mai curate. Era lo strepito delle mani dei lavoratori della Lear Corporation, che si muovevano energicamente per combattere il freddo e il tedioso autunno, che qui precipitosamente già annuncia l’inverno. Giunti prevalentemente con mezzi pubblici e con auto private tutti, tutti i dipendenti della multinazionale hanno deciso di non varcare la soglia dello sfruttamento. Un modo consapevole e deciso di porre fine ad una lunga, interminabile stagione di disagi e privazioni, di dolori e di affanni, che in altri modi non sono mai riusciti a far comprendere appieno al terminale lucano dell’azienda statunitense del Michigan, che in tutto il mondo ha 165mila dipendenti, con un fatturato di 20,47 miliardi di dollari. Qui, nella distesa nebbiosa di San Nicola di Melfi, la Lear Corporation confeziona sedili per la 500X e Jeep della Fca, con i suoi circa 500 lavoratori fissi e altri 200 interinali. E’ la fabbrica più grossa dell’indotto Fiat e finora ha sempre registrato ottimi risultati, in termini di produttività e di quasi assente conflittualità e assenteismo. Lo stabilimento lucano è esempio da imitare in tutto il Gruppo. Ma questo orgoglio è merito essenzialmente di chi vi lavora, di chi produce, di chi risolve problemi giganteschi o semplici che siano. Qui, l’attaccamento al lavoro si mischia con la fierezza dell’appartenenza, perché qui lavorano i lucani, un popolo che sa stare in ombra, lavora senza parlare e senza cantare. Non si esibisce, sopporta ma non subisce. Porta il peso della pazienza e, spesso, della riconoscenza, senza mai accettare discriminazioni e sfruttamenti cinicamente calcolati. Ieri mattina, alle 6,00 il primo turno ha preferito il freddo autunnale al rumore di una sorda e anonima catena di montaggio.

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